La vita di Vasco Rossi continua immergendosi sempre più completamente nella musica, e nel 1979 esce “Non  siamo mica gli americani”, prodotto per la Carosello continua seguendo il leitmotiv del primo disco, ma facendo già presagire una musica rock più decisa, forte e sanguigna. Il percorso di Vasco continua e i miglioramenti in questo disco sono evidenti, così come le sonorità più acide per quanto riguarda la narrazione con canzoni che hanno fatto la storia della musica italiana come “Fegato fegato spappolato”, un vero e proprio inno a non fare nulla, una canzone destinata a divenire un’eredità immarcescibile per un’intera generazione tra gli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80.

Ci troviamo in un periodo nel quale i riferimenti sono andati perduti, gli ideali sono sotto i piedi e le persone devono confrontarsi con il crescente individualismo, passando senza soluzione di continuità da un costante sarcasmo nei confronti della classica mentalità italiana provinciale e bigotta di quell’Italia tradizionalista e conservatrice che sfocia in canzoni dal nichilismo sfacciato, dove la malinconia e il disagio lasciano spazio all’amaro in bocca e alla tristezza senza limite.

Ora il mondo della musica inizia a darsi conto dell’arrivo di Vasco Rossi, in particolare a causa di una canzone da considerarsi realmente rivoluzionaria all’interno dell’album, forse il pezzo più famoso di tutti quelli composti da Vasco Rossi, stiamo ovviamente parlando di “Alba chiara”, quello che diverrà un inno musicale che renderà il giovane ragazzo di Zocca, una vera e propria superstar per quanto riguarda la musica popolare italiana.

L’inizio degli anni ’80

Con l’arrivo dei primi anni ’80, esce il terzo album di Vasco Rossi, “Colpa d’Alfredo”. Si nota subito una grande differenza rispetto ai precedenti lavori e il personaggio, vero o costruito, di Vasco Rossi comincia a prendere forma, lasciando dietro di sé un giovane arrabbiato, forse ingenuo, in parte scontroso, iniziando a dar vita ad un personaggio rock strafottente, pieno di vizi e politicamente scorretto.

Iniziano le storie di donne, non più difficili e innocenti, ma troie e senza alibi, così come i racconti degli immigrati dell’interland modenese che danno forma ad un paesaggio grottesco fino a quel momento mai sentito nella musica popolare italiana. Si tratta di un vero e proprio shock per l’epoca, Vasco non ha peli sulla lingua e non si limita nel dire quello che pensa, cosa che dovrà riconsiderare una volta divenuto un vero e proprio mito per le future generazioni di ragazzi.

Il disco si divide tra una rock duro e crudo come quello della canzone “Asilo republic” e testi ironici e sarcastici, in parte senza senso come “Alibi” e la sua atmosfera straordinariamente allucinata, lasciando spazio a commoventi ballate come quella accompagnata da pianoforte e voce “Anima fragile”, un viaggio onirico che porta la lingua italiana vicina dalle letteratura della beat generation con “Tropico del cancro”. Il successo del disco è immediato, forse anche per la completa stroncatura da parte di una gran parte della critica. Memorabili le parole di Nanatas Salvalaggio che stronca in pieno il personaggio Vasco Rossi, e non solo la sua musica, definendolo un ebete, drogato e alcolizzato.